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L'autolesionismo in adolescenza: la parola alle psicologhe

A cura di

Dott.ssa Mariangela Baldari

Dott.ssa Martina Russo




L’autolesionismo è un atto solitamente non suicidario che viene compiuto per cercare di trasformare il dolore emotivo in dolore fisico. La sofferenza emotiva potrebbe essere tanto grande che le ferite potrebbero essere procurate così costantemente da perdere il controllo. Tutti coloro che sperimentano l’autolesionismo riportano, nonostante le varie e ripetute ferite, l’insoddisfazione e il prolungamento della sofferenza psichica, che trova l’appropriato rifugio solo nello spazio psicologico dedicato.

Affrontano questo tema così importante la Dott.ssa Mariangela Baldari, Psicologa clinica e della salute che si occupa di adolescenti e giovani adulti e la Dott.ssa Martina Russo psicologa clinica e della salute, esperta in psicologia forense e criminologia.


Autolesionismo e Adolescenza:

Quali sono secondo lei, Dott.ssa Russo, le correlazioni tra questa condotta comportamentale e la particolare fase evolutiva quale l’adolescenza?

Sicuramente l’adolescenza è una fase di vita molto delicata in cui si fa esperienza di sentimenti quali la rabbia, la tristezza, la paura e l’inquietudine. Durante questa particolare fase evolutiva si acquisisce la “capacità di deprimersi”, intesa come capacità di stare e affrontare il lutto e la separazione. Parliamo di un lutto del corpo infantile che ha iniziato il processo di sviluppo dei caratteri sessuali e di una separazione, dal proprio nucleo genitoriale, che lascia spazio ad una individuazione dell’adolescente nel gruppo dei pari. Quando le molteplici emozioni esperite durante questa fase di vita non trovano il giusto spazio e contenimento si possono adottare comportamenti distruttivi, in questo caso autodistruttivi, come l’autolesionismo.


L’autolesionismo esiste da sempre. Il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si taglia e si provoca intenzionalmente del male. Ultimamente le percentuali dei tentativi di suicidio e autolesionismo nei giovani è aumentato del 30%, secondo lei, Dott.ssa Russo, a cosa è dovuto questo incremento?

La pandemia che tutti noi stiamo vivendo implica un’intensificazione dello stress. Rabbia e sentimenti di frustrazione, ovvero un impedimento nel soddisfacimento di un proprio bisogno o desiderio, sono notevolmente amplificati da questa condizione. Pensiamo dunque quanto questo vissuto si intensifichi in un adolescente che è alla ricerca della propria identità e desideroso di un suo spazio e una sua indipendenza. Inoltre la pandemia sta ostacolando il processo di separazione di cui parlavo precedentemente; non si sono più i pari che fungono da contenimento e condivisione delle proprie emozioni.


Le zone maggiormente colpite sono generalmente le braccia, gli avambracci e le gambe. Secondo lei, Dott.ssa Baldari perché avviene questo?


La pelle è il bersaglio dell’autolesionismo poiché è il nostro vettore sensoriale, il calore, l’amore, la dolcezza come anche la preoccupazione e l’apprensione vengono trasmesse attraverso una stretta di mano, un abbraccio, un bacio.

Le braccia e gli avambracci sono solitamente le zone oggetto dell’autolesionismo , poiché riportano alla rappresentazione delle braccia materne. Quelle che dovrebbero essere accudenti e accoglienti, e che invece per questi ragazzi spesso si sono rivelate come distanti e fredde. Andando alla ricerca di qualcosa in grado di reprimere queste grandi mancanze, gli adolescenti mortificano il proprio corpo.

Le gambe spesso sono l’ottima raffigurazione dell’immobilità, i ragazzi sono emotivamente bloccati e cercano di riattivare la parte del loro corpo che porta al movimento con maggiore frequenza e spontaneità.

È particolarmente avvilente razionalizzare che riusciamo a controllare alcune parti di noi con facilità, mentre altre, seppur sforzandoci ripetutamente sfuggono alla desiderata serenità, in particolar modo se si tratta di quelle più interne. Questo è difficile da accettare soprattutto per gli adolescenti, nella fase evolutiva in cui si trovano vengono disegnati come coloro che possono fare tutto “basta volerlo”, grazie alla loro giovane età e alla loro forza, ma raramente si tiene conto delle loro difficoltà, delle loro esigenze, che spesso li inglobano così tanto da diventare invalidanti. È così che gli adolescenti cercano di sfruttare quel corpo in evoluzione, sperando di trovare un equilibrio tra i cambiamenti.


Dott.ssa, il genitore che viene a conoscenza di tali condotte messe in atto dal figlio come sarebbe più opportuno che si comportasse?

Partiamo dal presupposto che in queste situazioni penso non ci siano comportamenti giusti e/o sbagliati, poiché sono indubbiamente delicate e difficili anche per chi sta accanto agli adolescenti, possono esserci atteggiamenti di maggiore o minore aiuto. Credo che la cosa più importante sia proprio questa, l’essere accanto ai ragazzi, dimostrando anche attraverso piccole attenzioni che si ha consapevolezza della situazione e si è disponibili ad aiutarli.

Non si dovrebbe interferire con i loro vissuti e il loro possibile percorso terapeutico, ma di certo una maggiore fiducia nei confronti del figlio potrebbe aiutarlo.

Il tutto dovrebbe essere racchiuso in una cornice di rispetto per il disagio che sta vivendo il ragazzo, non si dovrebbero né ingigantire né sminuire le condotte del figlio.

In modo indiretto i genitori potrebbero aiutare tanto l’adolescente anche prendendo piena consapevolezza di ciò che loro stessi stanno vivendo; spesso ad esempio, nelle figure genitoriali nascono grandi sensi di colpa che hanno bisogno del loro spazio e del loro tempo, così da non rischiare che possano interferire con le difficoltà dei ragazzi.


Secondo lei, Dott.ssa, come si può prevenire questo comportamento autodistruttivo e quale può essere invece il trattamento?

Una buona ed efficace comunicazione tra genitore e figlio sicuramente può costituire un fattore protettivo, che previene la messa in atto di tali comportamenti. Quando il ragazzo “sente” di avere fiducia, dà fiducia e si instaura una relazione sana in cui le emozioni trovano il giusto contesto espressivo.

Molta attenzione va posta anche all’individuazione, da parte della famiglia e delle istituzioni, quale la scuola, dei campanelli di allarme, come ad esempio traumi interpersonali, fallimenti relazionali, uso o abuso di sostanze stupefacenti. Quando la prevenzione diventa di natura terziaria, ossia quando tali condotte sono presenti e continuative, il trattamento fondamentale risiede nel sostegno psicologico. Concedere al ragazzo un suo tempo e un suo spazio per imparare a vivere le sue emozioni, permette di elaborarle e trovare la soluzione migliore per fronteggiare il disagio che si cela dietro l’atto autolesivo. Tutti i programmi di trattamento sono personalizzati, mirano a creare una rete di sostegno intorno al ragazzo, che permetta di sentirsi protetto all’interno di un contesto percepito come sicuro.



La storia di Giovanna

Giovanna è una ragazza di 21 anni, i suoi genitori sono separati da quando lei aveva 7 anni.

Il padre ha una compagna, che non sente e non incontra spesso.

La madre ha un compagno, che a sua volta ha 3 figli. Vivono tutti insieme nella stessa casa, Giovanna, sua sorella, sua madre, il compagno e i suoi figli.

Giovanna non è mai riuscita ad integrarsi in questo nuovo nucleo familiare, lo vive come estraneo e ha attraversato un lungo periodo di difficoltà legato soprattutto alla convivenza.

Ha interrotto il suo percorso scolastico, dopo la bocciatura all’esame di maturità, che, consapevole della sua impreparazione, non voleva neanche sostenere ma al quale si è presentata obbligata dai genitori. Ha vissuto tale momento come traumatico poiché alle prime domande, ha risposto con un attacco di panico.

Le relazioni di Giovanna con i genitori sono completamente differenti; con il padre c’è una maggiore complicità che però si alterna a grandi incomprensioni, è costante la pressione dell’uomo riguardo ai possibili doveri della ragazza.

Con la madre, Giovanna ricerca costantemente una relazione, che puntualmente le viene negata.

I primi tagli arrivano dopo l’estate, Giovanna si taglia il polso superficialmente e con poca frequenza.

Arriva in terapia perché non sta bene e non riesce ad immaginare il suo futuro.

Comunica che si taglia per provare qualcosa, descrive una anaffettività, non prova forti emozioni in nessuna relazione, descrive un senso di vuoto interno.

E’ proprio in circostanze come questa che gli adolescenti pur di esprimersi e sentire qualcosa, riversano sul proprio corpo il loro vuoto (o terremoto emotivo), alla ricerca di differenti contenuti mediante il taglio, facendo diventare il proprio corpo un mezzo espressivo.

Nel percorso psicologico Giovanna ha trovato il giusto spazio per la verbalizzazione di ciò che sente e l’autolesionismo è scomparso.




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